Non è una scelta libera

Michela, volontaria di Operazione Colomba e della rete Santa Venerina Abbraccia la Siria, racconta l'incontro con la famiglia di Zeyd e Aidha.

Domenica 29 Novembre, mattina
Campo profughi di Beddawi, Nord Libano

Sono a Beddawi, un quartiere del distretto di Tripoli, governatorato del Nord Libano, dove si trova un campo profughi palestinese. Ci vivono anche molti libanesi e siriani e la famiglia che oggi verrà con noi in Italia si trova qua. Sono venuta insieme a Luigi, un altro volontario della nostra rete di accoglienza, e con Alessandro e Paola, volontari di Operazione Colomba. Il senso di insicurezza, di povertà, di abbandono è presente nell’aria che respiriamo mentre camminiamo tra i palazzi e la spazzatura, tra i fili elettrici e la gente seduta ai bordi della strada. Militari della polizia palestinese ci salutano. Zeyd ci aspetta per strada, con in braccio suo figlio Helmi, di un anno, e ci accompagna a casa. Abitano al quarto piano di una delle palazzine del campo e mentre salgo le scale mi affaccio dalle aperture dell’edificio che danno direttamente sulla strada: Zeyd ci cammina di fianco con il bambino in braccio e a me viene paura. Ci togliamo le scarpe per entrare: ci aspettano Aidha, sua moglie, e la nonna, mamma di Aidha. Naima e Sahar, le due bimbe più grandi, sono in un angolo e ci guardano con un po’ di timidezza, poi iniziano a giocare con il telefono. Hana, l’altra bimba di un anno, dorme.

La visita da loro è emozionante in modi diversi. Mentre chiacchiero con Aidha e Zeyd e Alessandro spiega loro come sarà quando arriveranno in Sicilia, io fantastico sul loro arrivo. Immagino le bimbe parlare siciliano, andare nella scuola che io ho frequentato, la famiglia camminare per le vie in cui io sono cresciuta, in cui la mia famiglia vive, e mi commuovo. Da quel palazzo, in un campo profughi disperato, sento il desiderio forte di vedere questa famiglia crescere nella mia Santa Venerina, giocare nelle mie strade, conoscere le mie persone. Guardiamo Helmi litigare con la sorellina per avere un cetriolo da mangiare e sorridiamo. La mamma mi chiede se ci sono i cetrioli in Sicilia, per suo figlio, poi ci scherza su. Spiego ad Aidha che sarà faticoso, che dovranno fare la quarantena, che abbiamo un po’ di problemi per la casa, ma lei mi chiede solo una cosa: quando i miei figli potranno andare a scuola? Naima, la figlia più grande, quando sente la parola “scuola” alza la testa dal telefono e ci guarda: vuole sentire la mia risposta. La mamma mi spiega che Naima continua a dire che vuole andare in Italia per poter studiare. Ha sentito dire che in Italia le patatine si possono comprare solo una volta al giorno e il cioccolato una volta a settimana, ma a lei va bene, è disposta comunque ad andare in Italia perché vuole studiare. Mi avvicino per raccontarle che andrà a scuola, conoscerà altri bimbi, farà tanti amici. Poi spiego che vicino casa c’è il mare ed è bellissimo, ma Zeyd mi dice che loro hanno paura dell’acqua. Tre anni fa sono saliti su un barcone dalle coste libanesi, con la speranza di arrivare in Grecia e quindi in Europa e salvarsi dalla vita morta che hanno avuto in Libano. Sono partiti con le bimbe, ma durante il viaggio il gommone si è rotto e loro hanno rischiato di morirci sotto. Ci racconta che da quella volta non si avvicinano al mare, che gli piace guardarlo solo da lontano. Aidha, dopo qualche minuto di silenzio, dice che magari vivere in Sicilia può essere l’occasione per ricominciare ad apprezzare il mare, o almeno non averne più paura. “Magari possiamo giusto bagnarci i piedi”, dice. Sento quanto sarà intenso questo percorso insieme, quante cose nel quotidiano avranno bisogno di essere gestite, condivise, vissute insieme, mediate. E vorrei proiettarmi in un momento tra due anni, in una giornata al mare, vedere che loro in questo viaggio difficile finalmente saranno riusciti a rimettersi in piedi e vivere serenamente. 

La nonna parla poco, e piange. Lei non verrà in Italia, è qui per salutare una figlia che parte e che non sa quando rivedrà, e se. E io vivo un’altra emozione, opposta. Mi rendo conto dell’ingiustizia che sta succedendo, ancora: una madre costretta a lasciar andare i propri figli – chissà se ne ha già persi durante la guerra – una famiglia costretta a lasciare la propria casa, la propria terra, e ora, per mancanza di possibilità qui in Libano, costretta a cambiare Paese, lingua, cultura, a lasciare amicizie e familiari, a rivoluzionare la propria storia. 

Sono stata in Libano diversi mesi, in un campo profughi, condividendo e assistendo alla violenza a cui i siriani sono costretti quotidianamente. Per questo motivo vedere la gente partire mi solleva, almeno qualcuno riesce a salvarsi. Allo stesso tempo i corridoi umanitari mi fanno un altro effetto: vedere queste persone andare via conferma il fatto che la guerra in Siria ha vinto nelle loro scelte e nelle loro vite. Arrivare in Italia non sempre è una scelta libera. Mi sembra che faccia parte della violenza che subiscono e a volte, quando li vedo partire, una parte di me vorrebbe dirgli che mi dispiace, che loro non dovrebbero essere qui ma tornare a casa loro, in Siria, e poter essere liberi lì, poter essere rimasti. 

Non riesco a dire nulla alla nonna che piange. Continua a ripetere “sto lasciando mia figlia” e mi chiede di prenderci cura di lei, dei bimbi, del marito. Mi prende le mani e mi dice: “Adesso loro hanno voi, abbiatene cura”. Le tengo le mani, dicendole che non saranno soli. Di questo ne sono sicura. 







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